venerdì 13 settembre 2013

Se nasci in Italia...


"Mettiamo che Steve Jobs sia nato in Italia. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.
Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

 Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.
I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.



Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?
Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.
Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.
Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.
I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.
La Apple in Italia non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più."

Antonio Menna

giovedì 14 febbraio 2013

"San Valentino" (Bukowski)


E’ San Valentino e non me ne frega niente. Non me ne fregava niente quando avevo una donna a cui badare, figurarsi adesso. C’è questa donna con cui esco e che ha detto, se mi lasci mi arrabbio, ma io non so cosa voglia dire. Volevo dirle, bambina, chi o cosa posso lasciare se non ho niente?
Ma me ne sono stato zitto e ho continuato a guidare. C’è questa donna con cui esco e sembra ignorare che oggi sia San Valentino. E’ un buon segno. E’ un buon inizio. Insomma è il giorno di San Valentino e non ce ne frega niente, ma c’è un problema. Mi sto affezionando. E lo so già che è un errore, grazie del consiglio. Non devo affezionarmi. E’ l’errore più grande che un uomo possa fare. Solo le donne possono farlo. Solo a loro è concesso. Solo loro possono diventare gelose, irose, stupide, gonfie d’amore. Solo loro possono tenere il muso o sorridere o piangere o scopare. A noi non è concesso. A noi è dato fare solo ciò che ci permettono di fare. Dimmi qualcosa di dolce. Non essere opprimente. Non fare il geloso. Non fare come se non te ne fregasse niente di me. Baciami. Scopami. No, oggi guardiamo la tv. Ma ciò che SOPRATTUTTO deve fare un uomo è non innamorarsi. Loro fiutano il nostro interesse. Sono squali, lupi, avvoltoi, iene che fiutano il sangue. Se fiutano il nostro interesse è finita. Siamo in trappola. La storia è già finita e siamo in trappola. La falena è finita nella ragnatela, ed il ragno sta tessendo il suo bozzolo di seta attorno alla falena, e la falena si scuote un po’ e poi cede, cede, cede al veleno. Ed il veleno è: ci tengo a te, ti voglio bene, voglio stare con te, non posso stare senza di te, ti adoro, TI AMO. E la falena ci crede. Noi ci crediamo. Ci auto-convinciamo che sia vero. Ci convinciamo che deve essere tutto vero. Ci fa piacere che lo sia. Ma la merda resta merda, e anche chi la mangia la chiama merda. Così le bugie non cessano di essere tali solo perché sono romantiche o piacevoli o pronunciate da un paio di labbra rosse carnose che abbiamo ciucciato, leccato, morso o che hanno fatto tutto questo col nostro uccello. Così ci convinciamo che le baggianate che ci propinano siano vere e noi ci sentiamo anche in dovere di rispondere, di dire, sì, sì, ti voglio bene ANCH’IO, ci tengo, TI AMO ANCH’IO. E anche a queste cazzate che diciamo noi crediamo. Sappiamo che sono delle bugie raccontate male. Lo sappiamo perché le raccontiamo noi stessi, eppure piano piano cominciamo a crederci ed allora tanto vale spararsi. Tanto vale farsi legare per le palle col filo spinato. Tanto vale farsi mettere il guinzaglio all’uccello. Farsi incatenare il cuore. Fottersi il cervello con la droga o l’alcol od una pallottola. Tanto vale fare qualcosa di altrettanto stupido ma meno doloroso. Decisamente meno doloroso. Perché il ragno chiude la falena nel bozzolo e la placa col suo veleno e la tiene in vita e ne succhia la linfa sorso dopo sorso, lentamente, inesorabilmente, goccia a goccia, centellinando. Ci succhiano la vita minuto dopo minuto finché non si stancano. Finché non siamo completamente svuotati. Finché non siamo in loro completo potere. Finché non abbiamo più cuore se non per loro, o cervello tranne il loro, o gusti tranne i loro, o buon senso tranne il loro, o umore tranne il loro. Allora il ragno lascia la presa. Il pugno che ci stringeva si schiude, apre le dita, fa passare l’aria. E noi, ormai nudi, rabbrividiamo per il freddo. Stavamo al buio e la luce ci acceca. Ci guardiamo intorno, tremanti e ciechi, e la mano si scuote e ci sbatte via, via, lontano da lei. Il ragno lascia cadere giù la falena, vuota. Siamo abbandonati a noi stessi, soli, orfani, incapaci di capire cosa succede, dove siamo, perché siamo arrivati fino a quel punto. Incapaci perfino di capire chi siamo. Siamo spazzatura. Siamo la loro spazzatura. Ci hanno gettato via. Cercano un'altra falena, cercano altro sangue da succhiare, cercano altro amore. Cercano tutto quello che noi non abbiamo dato loro. Tutto quello che non potevamo dare loro. Tutto quello che nessuno può dare loro. Perché vogliono tutto. E, ottenuto tutto, vogliono di più. E poi di più. E poi ancora di più. E noi non resistiamo, cediamo, ci proviamo, ma ciò che chiedono è impossibile, non saranno mai soddisfatte. Il ragno non è mai sazio. La ragnatela non è mai piena. I confini del regno sono sempre troppo piccoli. Lo scrigno è sempre vuoto. Lo specchio non dice mai la verità. La verità non è mai la verità. Perciò non posso affezionarmi. Per questo affezionarmi è un errore. Perché sarebbe finita. Ed invece io me la voglio godere così com’è. Finché ce n’è. Finché vuole. Finché ne ho voglia io. Finché Dio me la manda buona.
Insomma è San Valentino e non dovrei dilungarmi troppo in cose personali che non interessano a nessuno, dovrei scrivere un bel racconto di come non me ne freghi niente che sia San Valentino, un racconto in cui io mi sbronzo per bene e ci sono due uomini brutti e grossolani che mi guardano storto in un bar, ed ho una donna di fianco. E questi due uomini se ne stanno ad un tavolo poco distante dal mio. Ed io parlo con questa donna, né troppo bella né troppo brutta, lei ci sta, beve con me, tiene il passo, siamo brilli, ci piacciamo, vogliamo scopare, ma non possiamo perché siamo in un locale pubblico. Poi il racconto continua e mi arriva un’altra rossa media ed invece a lei arriva la terza vodka alla mela verde o alla pesca o alla menta o a che-cazzo-ne-so. Il racconto è ambientato il tredici febbraio, e quando scatta la mezzanotte è San Valentino ed io lo dico a questa donna e lei mi guarda, ride, e mi dice, chissenefrega. Ed io annuisco, alzo il boccale e rispondo, amen. Due minuti dopo la mezzanotte questi due uomini brutti e grossolani si girano verso di noi e si mettono a ridere, ed io e lei capiamo che ridono di noi. Allora io mi incazzo. Mi alzo e vado al loro tavolo e chiedo, c’è tanto da ridere? Loro ridono più forte e mi indicano l’uccello, no, non l’uccello, la patta dei pantaloni, che è abbassata. Io la tiro su, tiro su col naso e dico, ah, era per questo che ridevate. Uno dei due mi guarda e mi risponde, sì, coglione. Io guardo il suo amico e gli dico, non sapevo che ci fosse qualcuno che si chiamasse Coglione, gran bel nome, davvero, complimenti. E gli porgo la mano. Questo qui guarda la mia mano, guarda me, si alza, porco giuda se è alto, e mi chiede, ti va di scherzare, coglione? Allora io mi giro verso il primo dei due, quello ancora seduto, e lo fisso interrogativo e dico, non capisco, vi chiamate allo stesso modo? La donna al mio tavolo sorride ed io contraccambio. Anche questo tipo si alza ed anche lui è alto, e grosso. Arriva il cameriere e chiede, tutto bene qui? I due tipi brutti e grossolani gli dicono sì, sì, tutto a posto. Invece io li interrompo e dico al cameriere, curioso che due che si chiamano Coglione viaggino in coppia. Il cameriere fa un sorriso stentato. I due tipi avvampano. Poi non so se il per il racconto sarebbe meglio se il cameriere mi desse manforte o se sarebbe meglio se se la battesse. E’ più verosimile se se la batte. Così il cameriere si defila e va a chiamare il proprietario o chissà chi. Il tipo grossolano alla mia sinistra mi dà uno spintone con una mano e dice, forse non hai capito che è meglio se te ne vai. Io dico, non farlo mai più. Il suo amico mi chiede, perché? E mi dà uno spintone anche lui. Perché, dico io, la prossima volta che ci provi ti faccio ingoiare un dente. Il tipo alla mia sinistra accenna a darmi un altro spintone, io schivo la mano e gli assesto il pugno destro nella mascella sinistra, dal basso verso l’alto, schizza un po’ di sangue, ed il tipo cade all’indietro. Nemmeno il tempo di godermi la scena che mi arriva un colpo bello forte al rene destro. Mi piego un po’ da quella parte e mi arriva un altro pugno, stavolta sul naso. L’amico di quello per terra è veloce. Troppo veloce. Schizzo anch’io sangue, adesso. Ma non cado. Quello per terra si rialza. Io cerco di colpire quello che mi ha rotto il naso, ma mi schiva. Quello che si è rialzato mi colpisce forte alla schiena, il suo amico prima alla bocca dello stomaco e poi al viso. Fa un male cane. Non mi accorgo neanche di essere steso a terra. Mi arrivano dei calci e fa male, sempre più male. Sei contento, adesso, coglione, mi dicono i due tipi brutti e grossolani. Ed io con la bocca impastata di sangue e denti rotti, attraverso le mie braccia che tentano invano di coprirmi il viso, rispondo, andate a farvi fottere. Poi si stancano ed io smetto di sentire i colpi ed il dolore inizia a farsi pulsante e continuo sulla schiena. E i reni mi fanno male, e la pancia, e il naso, e le gambe. Ho fitte lancinanti dappertutto. Adesso il racconto ha bisogno di una bella conclusione. C’è bisogno di una bella conclusione gratificante. Apro le braccia e cerco di guardarmi attorno. La donna al mio tavolo non c’è più. Adesso è in piedi che parla con uno dei due tipi grossolani. Non quello che sono riuscito a stendere per un po’, quell’altro. Confabulano, poi lui le offre il braccio e lei lo prende e si avvicinano a me. Io sono ancora per terra e sto malissimo e non ho la forza di alzarmi. Non riesco ad alzarmi. Arrivano praticamente sopra di me. Lui dice, buon San Valentino, coglione. Lei ride mettendosi una mano davanti alla bocca. Poi escono dalla mia visuale. Vedo anche il tipo che sono riuscito a stendere, si avvicina, mi guarda, si mette una mano in bocca, con due dita si stacca un pezzo di dente, me lo fa vedere, sanguinolento, e lo lascia cadere per terra. Poi mi sputa in faccia qualcosa che è a metà tra saliva e sangue. E anche lui dice, buon San Valentino, coglione.

"San Valentino"

Non parlerò male del San Valentino. Non polemizzerò sul consumismo. Non farò la solita ramanzina "si ama tutto l'anno; l'amore si dimostra sempre". Non ci saranno battutine per le coppie "cippi cippi amorino" e che poi si rincornano ogni 3x2. Anzi... Consumerò questo spazio per ricordare che l'Amore è la cosa più naturale che ci sia. È come respirare, è ossigeno. Amare è quanto di più spontaneo ci possa essere. Amare è la consapevolezza che noi, da soli, non saremo mai veramente nulla. Ma Amare è soprattutto un DIRITTO. E impedirlo, calpestarlo o denigrarlo, è la cosa più ignobile che ci possa essere. E se occorre una giornata stucchevole, forse ipocrita e paracula, per ricordare che noi SIAMO questo, che noi SIAMO FATTI di Amore, ben venga... In un Paese dove fin troppe cose vanno per il verso sbagliato, permetteteci di fare una delle poche cose che ci sono rimaste, liberamente. Permetteteci di innamorarci 4, 5, 6 volte al giorno... Perché si Ama una donna, un uomo, un bambino, uno sguardo, un sorriso, un orizzonte, una canzone, una poesia, un ricordo, un sogno... Permetteteci di non dover classificare e etichettare tutto, ogni volta. Ripeto, è un nostro Diritto. Oggi, qui, dove ci è stato tolto fin troppo, a partire dai sogni...lasciatecene almeno uno, il più importante, quello su cui ricorstruire il nostro futuro. Lasciateci liberi di Amare: chiunque, indistintamente, senza colore.

domenica 10 febbraio 2013

"Ad occhi aperti"

Ho sollevato tutto lo schienale e i piedi del letto. Sono rinchiuso nel materasso piegato in due, come in un panino. Ho un pled (o come si scrive) grigio e una borsa dell'acqua calda elettrica rossa. Ho un buon libro. Ho Miles Davis che recita pentagrammi in sottofondo, leggeri come il profumo buono delle lenzuola appena lavate, miste alla carta tra le mani. È mezzanotte e mezzo e Morfeo non arriva. Mi sento vecchio di vent'anni buoni. E intanto odio quando Morfeo non arriva e io sto ad aspettare come un coglione. Però mi ricordo che ho un pled grigio, borsa calda rossa, buon libro e Miles Davis. Ho lenzuola pulite e profumo buono. E allora il Sonno può fare che cavolo gli pare per un altro paio d'ore, che io me la godo. Basta che poi bussi piano quando decide di entrare che, oh, Davis non me lo ricordavo così bravo, cazzo. Sognamo, va'...

domenica 27 gennaio 2013

27 - 1 - 45

Il 27 Gennaio del 45 i cancelli di Auschwitz furono abbattuti. RICORDIAMO, per NON DIMENTICARE.

Affinché le persone disperse nel vento, possano essere il punto chiamato "fine" di tutte le tragedie umane. E il vento, si poserà...

sabato 5 gennaio 2013

"Ricordare"


   5 Gennaio 1948. 
Avrebbe compiuto 65 anni oggi Peppino Impastato. Un nome così grande e fiero, in un uomo apparentemente piccolo. Eppure le sue Idee sono palpabili e concrete ancora oggi. Oggi che migliaia di persone continuano a percorrere i suoi "cento" ed oltre passi, con lo stesso orgoglio e la stessa tenacia. Grazie a Dio.
   5 Gennaio 1984. 
"Cosa nostra" uccide Pippo Fava, altro giornalista italiano. Altra morte per colpa di un ideale giusto e corretto. La parola e la verità, ancora una volta, sono uscite sconfitte contro il potere dell'ingiustizia e dell'ignoranza (ignoranza di valori e principi).
  Se c'è qualcosa in cui credo, quelle sono le IDEE
Siamo nati per comunicare, siamo nati per trasmettere: emozioni, parole, pensieri... Siamo nati liberi. Liberi di esprimere la propria opinione, di difendere i nostri diritti, di salvaguardare dignità e sogni. Di preservare il futuro. Di noi, dei nostri cari, del nostro Paese. 
   Già, siamo nati LIBERI.
E allora spendo questo post in modo semplice, per ricordare che il silenzio si mangia tutto... Tutto. 
Non possiamo, né ora né mai più, continuare a far finta di niente. I funerali di due uomini come Impastato e Fava, sono valsi esattamente quanto i funerali dell'intero Stato Italiano. 
Con Loro, per Loro. Ancora oggi. Non dimentichiamo mai.

venerdì 4 gennaio 2013

"Bevo..."

Secondi, ore, giorni, mesi... Numeri. Ancora, e ancora una volta. Un altro anno passato. Un altro anno a portarsi via emozioni, ricordi, cose. E il 2012, a me, ha tolto anche persone. Ma non sono qui per scrivere di questo... Il mio "periodo nero", che alcuni di voi conosceranno, è un'altra storia.
Sono passato in fretta per fare quello che non ho ancora fatto, e che di solito faccio comunque sempre poco... Augurarvi un buon anno. Sì, perché sono sempre entrato molto poco nel meccanismo "del brindisi". In quell'effetto degli ultimi 60 secondi, in cui uno rivive tutto l'anno in fretta, nella mente. Si augura speranze, crea buoni propositi, fa promesse "sicuramente" realizzabili, quasi scontate nell'attimo d'euforia generale. Questo perché penso che ogni giorno dovrebbe essere il giorno delle speranze, dei buoni propositi, e delle promesse da mantenere.
Ho trovato però una cosa a mio avviso bella, e volevo condividerla con voi... Augurandovi, oggi, e per i restanti giorni al 31/12/13... Un buon anno. 

"Bevo a chi è di turno, in treno, in ospedale,
cucina, albergo, radio, fonderia,
in mare, su un aereo, in autostrada,
a chi scavalca questa notte senza un saluto,
bevo alla luna prossima, alla ragazza incinta,
a chi fa una promessa, a chi l’ha mantenuta,
a chi ha pagato il conto, a chi lo sta pagando,
a chi non è invitato in nessun posto,
allo straniero che impara l’italiano,
a chi studia la musica, a chi sa ballare il tango,
a chi si è alzato per cedere il posto,
a chi non si può alzare, a chi arrossisce,
a chi legge Dickens, a chi piange al cinema,
a chi protegge i boschi, a chi spegne un incendio,
a chi ha perduto tutto e ricomincia,
all’astemio che fa uno sforzo di condivisione,
a chi è nessuno per la persona amata,
a chi subisce scherzi e per reazione un giorno sarà eroe,
a chi scorda l’offesa, a chi sorride in fotografia,
a chi va a piedi, a chi sa andare scalzo,
a chi restituisce da quello che ha avuto,
a chi non capisce le barzellette,
all’ultimo insulto che sia l’ultimo,
ai pareggi, alle ics della schedina,
a chi fa un passo avanti e così disfa la riga,
a chi vuol farlo e poi non ce la fa,
infine bevo a chi ha diritto a un brindisi stasera
e tra questi non ha trovato il suo."
(Erri De Luca)

mercoledì 2 gennaio 2013

"Benvenuti!"


Benvenuti nel mio nuovo blog.
"A forza di essere vento" nasce con l'intento di condividere pensieri, idee, riflessioni, immagini, poesie, aforismi... Insomma, Emozioni. Vere, uniche, autentiche.
Non so come, quando e finché...
So solo che vi auguro buona permanenza. E buon viaggio.
Viva la Libertà.
I.
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